martedì 18 dicembre 2012

Come preparare una gara: la mia esperienza al Livorno Grappling Challenge


Prima di narrare la mia esperienza in quel di Livorno, devo postare questo video, che un caro amico ha realizzato e mi ha estremamente motivato, vi chiedo di diventare fan della sua pagina facebook e seguire il suo canale youtube: questo ragazzo ha veramente dei numeri e si merita tutto il nostro supporto.


Una sfida perfetta
Livorno Grappling Challenge, 9 dicembre 2012. Torneo di Grappling nogi. Esattamente sei giorni prima della mia operazione. La fisioterapia ha arginato i danni maggiori e mi ha permesso di ritornare con una limitata funzionalità in palestra da ormai un mese, dopo un lungo stop. Non so cosa esattamente mi abbia spinto ad iscrivermi, l'invidia verso i miei amici che gareggiavano, la necessità di competere, il bisogno di impormi, o semplicemente la paura: la paura che dopo l'operazione qualcosa andasse storto o i tempi fossero troppo lunghi e che questa fosse la mia ultima opportunità per esserci. Non me la lascio sfuggire e in bilico tra determinazione e delirio inizio a pensare come prepararmi al meglio, per massimizzare i risultati e ridurre i danni. Sfrutto l'occasione per testare le mie abilità riguardo la programmazione dell'allenamento, un argomento che da anni mi affascina e a cui ho dedicato parecchio del mio tempo libero.
In un certo senso, è il torneo perfetto: una grandissima sfida tra me, il mio corpo, l'infortunio e in secondo piano gli avversari, compagni di viaggio in questa discesa verso la conoscenza dei propri limiti. Poche cose da fare e l'imperativo di farle bene. Niente fronzoli. Niente distrazioni. Nessuna ideologia, nessuna emotività. La battaglia perfetta.

Il punto della situazione
A questo punto procedo in modo schematico, faccio una panoramica della mia situazione e ne ricavo quanto segue: sono infortunato gravemente ad un braccio, un legamento è rotto; l'inattività prolungata degli ultimi mesi ha portato via circa 4 kg di peso, in prevalenza massa muscolare a cui è conseguito un calo sia della forza ma sopratutto del cardio.
Calcolo che mi ci vogliono due + due settimane di preparazione totale, il che è un bene visto che è più o meno il tempo che ho. Nelle prime due settimane mi occupo del 'condizionamento' ovvero riportare il mio corpo in carreggiata e sopratutto abituarlo a grossi volumi di lavoro, in vista del secondo blocco, la preparazione specifica.
Nel mentre mando l'iscrizione: classe B 77 kg.

Condizionamento
Per quanto riguarda il condizionamento evito quasi completamente i sovraccarichi: la tecnica di alzata non era valida già prima dell'infortunio e l'inattività prolungata l'ha ulteriormente deteriorata, mi concentro solo su squat completo con bilanciere eseguito in modo tecnico a basso carico e alto volume e su diverse serie di balzi a corpo libero.
Inserisco il cardio sotto forma di sessioni di corsa su strada a medio-lunga durata (40'-50').
Il grosso del lavoro (circa 90%) lo svolgo sulla materassina, in prevalenza seguendo alla lettera i dettami del mio maestro riguardo a drill sport-specifici, e lunghe sessioni di sparring.
Purtroppo al termine delle due settimane, nonostante un netto miglioramento nella forza il cardio è ancora indietro e sopratutto il mio peso corporeo aumenta di circa 2,5 kg e questo si rivela problematico essendo già al limite della categoria di peso.

Preparazione Specifica
Inizio le successive due settimane di preparazione specifica con una tre giorni di allenamento a Ferrara, nella palestra del mio amico Matteo Menne si trova infatti il Maestro Atalla in visita. L'allenamento è orientato su dettagli tecnici, sparring specifico e sparring generale, esattamente quello di cui ho bisogno in vista della gara, approfitto ovviamente del fatto di avere nuovi sparring partner rispetto ai ragazzi con cui scambio ogni sera a Bologna. Le sere seguenti adottiamo un protocollo simile anche a Bologna. A questo punto ho iniziato la dieta necessaria al calo del peso. Nell'ultima settimana mi trovo nella spiacevole situazione di dover intensificare il lavoro aggiungendo anche maggiori sedute di cardio per raggiungere il peso finale della categoria, un errore di calcolo da tenere a mente per le future gare: la grossa perdita di massa muscolare dovuta probabilmente al mio fisico ectomorfo, è stata rapidamente compensata dall'intensificare l'allenamento e questo ha falsato il mio calcolo in merito ai kg da perdere. Ancora una volta si dimostra vitale trovare il proprio peso target e cercare di mantenerlo quanto più possibile fuori dalle gare per arrivare in forma all'appuntamento, dedicando gli ultimi giorni al taper (scarico) e non alla perdita di peso sino all'ultimo minuto.
Il secondo blocco ha avuto quindi la duplice valenza: preparazione tecnica specifica, ma anche strategica, portandomi ad elaborare nuove posizioni compatibili con il mio infortunio: sapevo fin troppo bene che avrei avuto difficoltà ad applicare il mio consueto stile di lotta.

Il giorno del Torneo
Un altra, inevitabile, difficoltà tecnica, è il doversi svegliare alle 5 del mattino, alterando i ritmi e riducendo di parecchio il tempo di riposo. Purtroppo Livorno è lontana ed è prioritario svolgere il peso il prima possibile.
Fortunatamente ho con me tutti i miei amici e compagni, e quindi la trasferta è più una vacanza che una pesante incombenza.
Sento una forte tensione per la gara, troppo tempo che non competo, e le condizioni sono instabili.
Il peso si svolge senza alcun problema: sono sotto di qualche etto.
Dopo mangiato attendo un po' e inizio il warm up, ancora una volta sento la tensione per il rientro, e ancora una volta i miei amici sono di grande utilità in tutto questo.
Escono i tabelloni di gara: siamo in 5 in categoria, quindi lotteremo con un girone all'italiana, tutti lottano con tutti e sulla base di chi ha più vittorie si compone il podio. In caso di parità vengono assegnati più punti a chi finalizza.
Il primo turno mi vuole con il mio amico e compagno di squadra Marco. Decidiamo di condividere (lottiamo all'ultimo sangue ogni sera in palestra..) e Marchino incarnando al meglio lo spirito di squadra richiesto dal nostro sport mi fa vincere.
Nel secondo turno devo affrontare un atleta che non conosco, ma riesco a vincere per finalizzazione. Questo però mi porta a sforzare parecchio il braccio infortunato.
Nel terzo incontro affronto un atleta della provincia, che in passato ha lottato con un mio compagno di squadra. Compio un errore di valutazione e vengo portato a terra, dove attuo una strategia di sopravvivenza, alla fine grazie a due portate a terra riesco a vincere 2-0. Una vittoria molto risicata dato che ormai ero fuori con il fiato.
Il quarto e ultimo turno mi vuole con un altro atleta che non conosco, ormai sono in difficoltà con il fiato e devo lottare amministrando, solo verso il finale quando il punteggio è 6-0 per me tento qualche finalizzazione che però non riesco a chiudere.
Incredibilmente, nonostante le premesse, il primo gradino del podio è mio!
Devo complimentarmi con Marco per il suo terzo posto, avendo vinto tutte le lotte tranne quella con il mio terzo avversario e sopratutto con Gianluca, il mio Maestro che mi ha fatto ottimamente da angolo come al solito, in più oltre ad aver vinto la sua categoria in classe A è stato pure premiato miglior atleta dell'evento!
Complimenti anche a tutti i miei compagni di squadra per le numerose medaglie portate a casa, 9 su 12 atleti iscritti, penso che stiamo lavorando davvero bene ed in modo intelligente.
Grazie a Lorenzo Bulfone, informatico, lottatore, fotografo. Che pur portandosi a casa un bell'argento in classe B ha trovato il tempo di fare queste foto stupende.
Ottima come sempre, l'organizzazione del Maestro Serrini, che da anni ha reso questo torneo un appuntamento fisso nel panorama del Grappling italiano.



Analisi finale
Non è stato il migliore torneo della mia vita. Nonostante il risultato positivo credo, anzi so, di aver lottato e gestito meglio in altre competizioni. Mi soffermo quindi sui principali aspetti negativi. Ciò che ho subito di più è stata la mancanza di forza e di cardio, dal terzo incontro in poi. Aspetti su cui devo lavorare se voglio continuare a competere in una categoria che spesso prevede anche 6 incontri consecutivi a torneo. Uguale per quanto riguarda la variabile peso: va considerata più attentamente.
L'organizzazione del lavoro ha comunque pagato molto bene: in così poco tempo non si poteva far di meglio. L'alternanza di blocchi di lavoro e la valutazione del volume totale di allenamento hanno certamente portato buoni risultati permettendomi di dosare bene i tempi di recupero e arrivare alla gara in uno stato di forma complessivamente buono, dopo oltre 6 mesi di inattività.
La tensione inizialmente avvertita è sparita una volta posato il piede sul tatami, in fin dei conti avrebbe senso che io fossi spaventato di eseguire un brano al piano forte, di fare tiro con l'arco, ma la lotta è qualcosa che fa parte di me e del mio animo, è impossibile che mi spaventi. Zero tensione avvertita durante il torneo.
Per quanto riguarda il gareggiare infortunati: non lo farò mai più. Si è trattato di un gesto avventato di cui mi sono pienamente reso conto solo una volta finito tutto, la nevrosi da agonismo, quella strana forza che ti porta a competere in ogni torneo nazionale ogni volta possibile, mi ha reso cieco e ho rischiato davvero troppo. Non vale la pena fare un torneo per stare fermi poi un anno, questa volta mi è andata bene, ma mi ha portato sopratutto a riflettere su quale sia il vero significato di vittoria, di cui parlerò in un prossimo articolo.

mercoledì 28 novembre 2012

Sul fondamento della morale


E' possibile individuare un fondamento della morale? Oggi giorno l'opinione che va per la maggiore è che, no, non è possibile. La morale viene vista come convenzione, e quindi priva di principi universali o una qualche verità alla base. Eppure, in somma linea di principio si possono individuare alcuni punti comuni, in ogni angolo del globo. Ad esempio, tutta la cultura umana concorda sulla necessità di rispettare la donna. La grossa differenza è il modo in cui tale rispetto viene portato: il velo nell'islam e le quote rosa nell'europa del nord (un esempio facile, ma che non deve essere facilmente liquidato: bisogna comprendere prima di cassare le altre posizioni). Cosa significa tutto ciò? C'è un principio divino che muove l'uomo dal suo interno, e in ogni angolo del mondo lo spinge in una direzione vagamente simile, ma è poi la sua fallacia a farlo deragliare? Oppure è tutto frutto di un utilitarismo, che per simili condizioni si ripete in tutto il mondo? In fin dei conti, persino il V comandamento non è: "non uccidere" è: "non uccidermi, che io non ti uccido".

domenica 11 novembre 2012

The Green Fields of France


Oh, come stai, giovane Willy McBride?
Ti da fastidio se mi siedo qui sulla tua lapide
e mi riposo per un poco al caldo sole estivo?
Ho camminato tutto il giorno, e ora sono quasi esausto
Ma vedo dalla tua lapide, che avevi solo 19 anni
quando hai preso parte alla grande disfatta del 1916
Bhe spero tu sia morto in fretta,
e spero tu sia morto in modo pulito
Oh, Willy McBride, è stato lento e osceno

Hanno percosso i tamburi con ritmo lento?
Hanno soffiato nelle cornamuse toni gravi?
Hanno suonato la marcia funebre mentre ti portavano giù?
I flauti suonavano 'i fiori della foresta'?

E tu, lasciavi una moglie, o un amante?
In qualche cuore leale, la tua memoria è conservata,
e anche se sei morto nel lontano 1916
per quel cuore leale avrai per sempre 19 anni
O forse eri uno straniero, senza nemmeno un nome,
per sempre impresso dietro un qualche vecchio vetro
in una vecchia foto, piegata, sbiadita e strappata
che sfuma verso il giallo in una cornice di pelle marrone

Il sole brilla su questi verdi campi di Francia
il vento tiepido soffia gentile, e i papaveri rossi danzano con lui
le trincee sono scomparse da tanto tempo sotto l'aratro
Nessun gas, filo spinato o pistole sparano più
Ma qui, in questo cimitero che è ancora terra di nessuno
le infinite croci bianche stanno in muta testimonianza
della cieca indifferenza dell'uomo sul suo prossimo
E un intera generazione è stata macellata e condotta alla dannazione

E io non posso essere d'aiuto, ma posso domandarmi, oh Willy McBride
se tutti quelli che riposano qui sanno perché sono morti
Gli avete veramente creduto, quando vi hanno detto le cause?
Credevate davvero, che questa guerra avrebbe posto fine a tutte le guerre?
Bene.. la sofferenza, il dolore, la gloria e la vergogna,
l'uccidere e il morire, è stato fatto tutto per nulla
Oh, Willy McBride, è successo tutto un altra volta,
e un altra ancora, e ancora, e ancora, e ancora

venerdì 9 novembre 2012

Solo un' altra ordinaria domenica


La strada è sempre quella, la gente più o meno pure.
Diverse ore di strada, e partenza con un giorno di anticipo.
L'unica differenza è che ormai eravamo troppi per la macchina, e dobbiamo noleggiare un furgone. Comunque ci siamo. Otto uomini, relative borse e una bilancia. Poco cibo, anzi quasi niente. Avremo modo di mangiare, ma dopo. Partiamo. C'è pathos, inutile negarlo. C'è chi domani sarà campione. Chi uscirà al primo turno. Chi semplicemente ha ballato troppe volte questa danza per scomporsi.
Il viaggio è breve, finisce sempre prima che tu lo immagini. Dormiamo al solito posto. Mangiamo in un posto come tanti altri, non è per il dormire o per il mangiare che siamo qui.
Il mattino dopo arriviamo al Palafijlkam, e iniziano le magie.
Undici ore dopo usciamo. Soddisfatti, felici, contenti. Tutti. C'è chi è diventato campione, e c'è chi è uscito al primo turno, c'è chi è stato qui per l'ennesima volta, quasi a domandarsene il motivo, e c'è chi ha debuttato. Tutti sono contenti. Io sono forse il più contento.
Quei quattro tappeti hanno solo uno scopo: ricordarci perchè passiamo ogni maledetta serata chiusi tra quattro mura in una buia palestra. Per questo, per poter scendere quei cinque minuti su questi tappeti e ricordare a noi stessi chi siamo e cosa facciamo. Siamo alla stregua di chi ha una dipendenza, una volta provata l'adrenalina della gara non ne possiamo più fare a meno, ne vogliamo altra.
 Non ti sei ancora raffreddato, devi fare i conti con i danni che ti sei procurato in queste giornate. Si, perché ogni torneo è un massacro. Se ti va bene è una contrattura, un leggero stiramento. Un dito rotto, ed è ancora roba da ridere. Può essere invece qualcosa che ti tenga fermo per un anno, ma non pensi mai che avresti potuto evitarlo, pensi solo ad aggiustarti alla meglio per essere pronto a romperti di nuovo il prima possibile. Perché rivuoi quei meravigliosi cinque minuti di adrenalina. 
Gloria? Di vera gloria poca. Poca e per pochi. La maggior parte delle persone sanno che non sono qui per entrare nella leggenda, ma non gliene importa nulla. Perché nessuno toglierà mai loro quei meravigliosi cinque minuti, in cui sono stati dei della guerra.


La Lotta ti insegna tanto, tantissimo. Tu però devi avere le orecchie per sentire quello che ti insegna, non puoi stare passivamente ad aspettare che essa faccia di te un uomo. Devi avere il coraggio di imparare dalla Lotta. Tu ti credi il migliore. La Lotta ti presenta altre persone, migliori di te, più forti. Tu ora puoi dirti che eri stanco, che hai un infortunio, che quel giorno pensavi ad altro. Oppure puoi avere il coraggio di riconoscere che il tuo avversario era migliore. Una volta è facile. Non ci vuole nulla a riconoscere che il proprio maestro è migliore, ci sentiremo arroganti a non farlo, e nemmeno quello ci piace. Due volte si sopporta. Se intorno alla centesima volta, ancora riuscirai a non trovare scuse, allora sei sulla buona strada. Allora forse lasci nel tuo cuore uno spazio in cui può svilupparsi l'umiltà. L'umiltà è la fondamenta del rispetto. Il rispetto è la fondamenta dei rapporti umani, senza di esso non si sarà mai veramente amati.
La Lotta ti insegna anche che arrivano i risultati. Passi un anno ad allenare una tecnica, e non funziona. Poi un giorno, magia, funziona. E prima che tu te ne renda conto è diventato un tuo colpo. Ora puoi dire, sono proprio bravo, un signor lottatore. Oppure puoi dire, sono stato bravo (ad arrivare fin qui): occorre andare avanti. Occorre ripercorrere la stessa strada per ogni altra tecnica.
C'è un trucco in tutto questo, e va svelato. La Lotta è una maestra più generosa verso gli scarsi. Solo a loro infatti, mostra tutte le asprità del mondo in cui viviamo. Bisogna essere davvero scarsi per ottenere gli insegnamenti più preziosi: bisogna arrivare al punto di perdere la speranza e pure andare avanti. Solo loro, gli ultimi tra gli ultimi impareranno il vero valore della persistenza.
Questi sono alcuni degli insegnamenti che la la Lotta può offrire a chi è in grado di recepirli, ma badate bene, non a tutti. Abbiate la forza di ascoltarli.

Insomma, in quella maledetta domenica abbiamo capito una cosa: non è tanto la lotta a renderti una persona migliore, ma ci sono cose che chi non è lottatore non capirà mai.

sabato 13 ottobre 2012

Lavorare sulle basi


Il Maestro Oda lavora sui fondamentali della lotta a terra
Ultimamente sto cercando di riciclarmi come rompicoglioni. In ogni palestra c'è sempre un rompicoglioni. Ci deve essere. Se un giorno arrivi in palestra e ti accorgi che non c'è nessun rompicoglioni, allora ascolta molto attentamente quello che stai dicendo, perchè probabilmente il rompicoglioni, sei tu.

Di recente pare che stare seduti e dire dove sbagliano quelli che lottano stia diventando uno sport addirittura più in voga del Jiu Jitsu. Io cerco solo di adeguarmi.
Su tutte le cose su cui si possono rompere i coglioni una in particolar modo mi preme: lo studio delle basi.
Il Jiu Jitsu è una figata proprio per la libertà che lascia ad ognuno: chiunque lottando può personalizzare il suo stile di combattimento in base ai propri gusti, al proprio corpo e alla propria attitudine. Però, questo non prescinde da una certa base, che nel mio modo di vedere le cose, deve essere più o meno comune e omogenea.
Si può avere una guardia micidiale, ma è sempre importante studiare i takedown. Si può essere dei gran passatori, ma non va mai dimenticato il gioco di guardia e via dicendo. Ovviamente in competizione e negli allenamenti specifici prima di essa si punterà ad applicare il proprio gioco, ma generalmente in allenamento penso sia meglio non trascurare nessun aspetto del gioco.
Ciò non riguarda solo l'impostazione che si intende stabilire nel match, ma anche e sopratutto le basi della lotta. Ci sono alcune posizioni comunemente dette fondamentali, la guardia chiusa, la guardia aperta, la laterale, la monta, la monta dorsale etcc. Allo stesso modo ci sono alcuni attacchi fondamentali, ovvero estremamente basici: il jujigatame (o armbar), il triangolo, gli strangolamenti coi baveri dalla monta o dalla guardia, la kimura e l'americana, la leva dritta alla caviglia etc. Lo stesso discorso si può fare con i passaggi e le raspagem. Non sono un nerd dei nomi, quindi non saprei come chiamarle ma credo che se mi avete seguito fin qui potete capire il senso di quello che intendo dire.
Può darsi che sbagli, ma nel mio modo di vedere le cose, che è poi il modo che mi sta insegnando il mio Maestro, una maggiore comprensione di questi colpi e posizioni fondamentali renderà tutto il proprio gioco molto più solido. Quando si individua la posizione esatta richiesta per finalizzar in armbar (che dipende da molti fattori, la maggior parte dei quali soggettivi) poi tutti i colpi simili che sfruttano il meccanismo di iperestensione dell'arto (chiave dritta alla caviglia, kneebar, armbar da ogni posizione etc) verranno automaticamente più precisi.

Il resto, banana split, gogoplata, rubber guard, viene dopo. Sarebbe come raspare senza essere capaci di tenere la laterale. A che ti serve essere sopra se poi non sai cosa fare? Parti dalla base.
Non sono un purista che non crede in queste tecniche, qualsiasi tecnica porti l'avversario a battere per me va bene. La critica è nel metodo. Lavorando sulle basi si è sicuri di sviluppare un gioco solido, che nel tempo potrà arrivare ad includere colpi meno ortodossi. Lavorando sui colpi fantasiosi, tralasciando le fondamenta, forse si potrà vincere un paio di match cogliendo l'avversario di sorpresa, ma poi ci si porterà dietro delle lacune tecniche difficili da colmare.
Posizioni->Passaggi->Attacchi.
Basi->Evoluzioni.
Questo è il mio modo di approcciare il Jiu Jitsu.

sabato 6 ottobre 2012

"È tutta una questione di passare oltre"

"It's all about overcoming"


Questo meraviglioso video su Minotauro mi ha dato un enorme spinta in un momento che credevo difficile. Credevo che lo fosse, perchè in realtà mi sto rendendo conto che le difficoltà nella vita ci saranno sempre, e possono essere anche più gravi. In fin dei conti basta fare quello che ho fatto centinaia di volte sul tappeto di lotta: aspettare che finisca e rialzarsi. E continuare a rialzarsi.

Ho praticato judo per tanti anni da ragazzino, nonostante la mia lotta in piedi sia pessima qualcosa ho imparato: a rialzarmi dopo essere caduto. Per un periodo in particolare, mi allenai presso una palestra con una squadra di agonisti molto forti, quasi tutti cinture nere, tutti competitori. Per lo più praticavamo ore di uchikomi e randori. Durante quegli interminabili allenamenti venivo lanciato per tutto il dojo praticamente da chiunque. Credo che siano passati mesi prima che fossi io a proiettare qualcuno. Chiunque dotato di razionalità avrebbe capito che il judo non era lo sport adatto a lui, eppure c'era un motivo che mi impediva di arrendermi. Infatti quella non era la mia palestra, ma ero stato personalmente invitato ad unirmi agli allenamenti dal maestro. Evidentemente, aveva visto qualcosa in me, qualcosa che io stesso non vedevo. E così ogni volta che venivo schiantato sul tatami mi ricordavo che era un grande onore essere li, e dovevo mostrarmene degno. Spesso i judoisti sfruttano gli attimi in cui l'avversario cade, o in cui sono caduti loro, per riprendere fiato, io no. Facevo una gara con me stesso per rialzarmi quanto più velocemente possibile una volta toccato il suolo, divenne il mio modo di mostrare gratitudine. Quando vedevo che le persone ci rimanevano male per la velocità con cui mi rialzavo una volta caduto, ero motivato a diventare ancora più svelto. Questo fece bene al mio cardio e seppure continuavo a cadere iniziavo ad avere molto fiato, che mi permetteva di allenarmi meglio e più a lungo. Ad un certo punto iniziarono a guardarmi come per dire "ma come, non ne hai ancora abbastanza?" e capii che stavo andando bene. La persistenza mi portò persino ad elaborare una mia strategia, non molto onorevole in realtà: subire diversi ippon e quando l'avversario era corto di respiro portarlo a terra almeno una volta prima del cambio.
Poi anche quel periodo finì, per diversi motivi smisi di frequentare quel dojo e in seguito di praticare judo. E nonostante non abbia mai imparato a fare ippon, sul quel tatami ho capito il valore di rialzarsi quando si è a terra.

venerdì 5 ottobre 2012

Risposta alla domanda: che cos'è l'Illuminismo?

«Illuminismo è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l'incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d'intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! Questo è il motto dell'Illuminismo.»

Ovvero il rendersi conto, per gli illuministi, che se essi non si fossero salvati da soli con la propria ragione, allora nessuno sarebbe venuto a salvarli.

giovedì 6 settembre 2012

Jiu Jitsu e umiltà


Purtroppo anche quest'anno non ho potuto unirmi ai ragazzi del nostro team, il Rio Grappling Club per il camp estivo: 11 giorni di intenso allenamento di Jiu Jitsu.
Tuttavia non sono mancato il 1° settembre, giorno in cui al mio amico, maestro e ora anche coinquilino Gianluca è stata conferita la cintura nera da Mestre Roberto Atalla.
Si può prendere un percorso come quello di Gianluca (o Roberto, o chiunque altro si sia dedicato per lungo tempo all'arte suave) per osserare un insegnamento utile a tutti: il Jiu Jitsu è un arte che richiede umiltà. Senza di essa prima o poi ci si ferma, nemmeno il più talentuoso atleta può sperare di progredire se nel cuore è mosso da arroganza.
Quando otteniamo qualche successo, subito siamo portati a sentirci "arrivati", a sentirci i migliori. In un attimo dimentichiamo le fatiche che ci hanno spinto a questi brevi traguardi e di risultato diventiamo pigri, sicuri che ormai è tutta discesa. Osservando invece persone più esperte di noi, ci rendiamo conto che c'è sempre qualcuno più abile o forte e questo è sicuramente un grosso stimolo, se riusciamo ad avere l'umiltà da ammetterlo possiamo assumere queste persone come esempi, ricordando a noi stessi quanto piccoli siamo nel mondo e quanto invece lunga sia la strada, una strada lungo la quale nulla ci è dovuto ma va guadagnato con il sangue e il sudore.
Per citare Renzo Gracie, una cintura nera è solo una cintura bianca che non si è mai arresa.

venerdì 31 agosto 2012

Lo Scorpione e la Tartaruga

Riprendo le pubblicazioni dopo qualche mese di inattività con una storiella che oserei definire quasi perfetta: paradigma della follia umana, la storia dello scorpione e della tartaruga.

Uno scorpione voleva attraversare un fiume, ma non sapendo nuotare chiese ad una tartaruga di traghettarlo. La tartaruga non fidandosi di portare una creatura tanto pericolosa sulla schiena esitò, allora lo scorpione rassicurante le disse: “se ti pungessi annegherei con te”. La tartaruga quindi accettò con generosità, ma arrivati a metà percorso lo scorpione la colpì con il suo aculeo velenoso. La rana, disperata e morente, gli chiese “Perché l'hai fatto?”. Lo scorpione, poco prima di morire annegato, rispose “È la mia natura”.

giovedì 7 giugno 2012

Buakaw vs Por Pramuk!

Che fine ha fatto Buakaw?
Qualche mese fa questa domanda ha fatto il giro della Thailandia, e per esteso della rete. Persino il Bangkok Post ha titolato così in prima pagina. Presto il noto pugile è ricomparso, nella nuova veste di proprietario di camp, ma molti interrogativi restano irrisolti.
L'intera vicenda di Buakaw sembra essere un grosso intrico di cui è difficile venire a capo, sopratutto per noi farang, occidentali, così distanti dalle logiche thai.



Attivo nella Muay Thai dai primi anni '90, Sombat (vero nome di Buakaw) nativo di Surin ha presto attirato su di se le attenzioni dei promoter locali, spostandosi verso Bangkok all'età di 15 anni. Dal 1997 fa parte della scuderia del Por Pramuk, e come è usanza ha preso il nome del camp come parte del suo nome da ring, diventando Buakaw Por Pramuk.
Buakaw è stato uno dei più grandi pugili mai prodotti dalla Thailandia, e sicuramente uno dei maggiori ambasciatori della cultura thailandese nel mondo. Particolarmente noto per i suoi calci micidiali, Buakaw ha vinto sia nel 2004 che nel 2006 il principale titolo mondiale dell'epoca, il K1 World Max, oltre a numerosi titoli minori sia nel K1 che nella Muay Thai, disputando nella sua carriera centinaia di incontri (la cifra ufficiale è 236, ma c'è chi dice che ne possa aver combattuti oltre 400).


La notizia della sua scomparsa aveva fatto il giro del mondo ai primi di marzo. Pochi giorni dopo, lasciata la dovuta suspence, Buakaw è tornato alla ribalta, presentando da Surin la sua nuova attività, la palestra Banchamek, e il suo nuove nome: Buakaw Banchamek. Questo come è facile da immaginare non ha fatto la gioia del presidente di Por Pramuk, che subito ha mosso causa al suo pugile per inadempimento. Infatti una volta scomparso il talento di Por Pramuk tutti i suoi futuri incontri erano stati preventivamente annullati, per evitare maggiori sanzioni in futuro. Questo ha causato ovviamente un debito da parte del camp ai vari promoter che avevano già iniziato a pubblicizzare i loro eventi. Nella controversia legale che ne è seguita sono sorti ulteriori elementi: Buakaw rivendica una grossa cifra che il Por Pramuk non gli avrebbe pagato, d'altra parte il Por Pramuk è stato danneggiato e oltre ad un risarcimento non è disponibile a lasciare andare il suo atleta di punta. Il governo thailandese, riconoscendo il valore di Buakaw quale icona nazionale ha nominato un generale dell'esercito quale responsabile della trattativa, per far si che le parti giungessero ad un accordo. Inoltre il governo aveva richiesto che le trattative fossero condotte in via esclusivamente privata, mentre Por Pramuk ha voluto il coinvolgimento dei media, per evitare che il governo spingesse il camp ad accettare un accordo coatto, che salvasse capra e cavoli.
L'accordo è stato in parte raggiunto e prevedeva che sulle future borse di Buakaw il 60% sarebbe andato al pugile e il 40% al vecchio camp. Tuttavia non si è riusciti ad arrivare ad un accordo per i proventi "extra" derivanti da sponsor, pubblicità etc.. Buakaw sosteneva che avrebbero dovuti essere suoi al 100% mentre Por Pramuk ne rivendicava una certa percentuale. Il fatto che il camp si sia impuntato su questo ha impedito la firma di un accordo. Questo, unito al fatto che a Buakaw è stato sottratto il passaporto (per evitare che combattesse all'estero, evitando la legge thailandese) ha spinto il pugile di Surin a dichiarare il ritiro (forzato) dalla Muay Thai. Con le dovute scuse ai fans e ai sostenitori, Buakaw ha reso presente che mancavano le condizioni di serenità necessarie per continuare. Vanno inoltre ricordati l'enorme numero di incontri e i ventuno anni di carriera, che certamente hanno lasciato dei segni indelebili nel fisico.
Ma perchè il camp di Por Pramuk non ha accettato l'accordo? Anche perdendo i proventi "extra" rimaneva comunque un cospicuo 40% sulle borse dei singoli incontri. Forse vi è una motivazione più di principio, e più di diritto, che economica.


Tralasciando i camp predisposti per l'allenamento dei farang, in Thailandia vi sono centinaia di camp di Muay Thai e decine di migliaia di pugili professionisti. L'attività di pugile comincia molto presto nella vita dei giovani thailandesi, in un età che varia dagli 8 ai 12 anni. Ho persino conosciuto thailandesi che si vantavano di aver sostenuto il loro primo incontro all'età di 5 anni. I primi incontri di pugilato nelle campagne si disputano per borse davvero irrisorie, nell'ordine di anche 40 bath (circa 1 euro) quello che muove il meccanismo della boxe è sopratutto il sottobosco delle scommesse, formalmente illegali (ad eccezione dei due stadi principali della capitale) ma di fatto tollerate. Sulle scommesse tra pugili si muovono cifre davvero consistenti, e questo consente di comprendere come mai per ogni singolo pugile il tifo raggiunge livelli incredibili.
I camp reclutano sin dall'infanzia bambini dei dintorni, offrendo loro vitto e qualora abitino troppo lontano, anche alloggio. A questo punto i bambini vengono addestrati per diventare pugili e finchè hanno successo vengono mantenuti, con la prospettiva di arrivare anche a lauti guadagni una volta giunti in vetta. Nella maggior parte dei casi le famiglie sono liete di affidare i loro figli a chi si possa prendere cura di loro, avendo una bocca in meno da sfamare e nel contempo la possibilità di guadagni. Chi non si dimostra sufficientemente abile, o poco adatto a questa vita, viene "licenziato" dal camp, e torna alla sua famiglia. Tra gli altri, i pugili nella media, con una certa percentuale delle loro borse finanziano i camp che li hanno formati. Con il rimanente, una volta a fine carriera, intorno ai 20 anni, tentano di intraprendere una nuova attività. Nella maggior parte dei casi, i guadagni non sono sufficienti, o sono stati spesi nel corso degli anni, e quindi i pugili che non riescono a rimanere nell'ambiente finiscono con l'accettare lavori umili, tipicamente il guidatore di tuk-tuk (i risciò a motore thailandesi).
Stando così le cose, è facile capire che il vincolo che lega pugile al camp è e deve essere molto forte. Nella maggior parte dei casi, i camp investono per anni soldi su bambini che poi lasciano lo sport, e anche i pugili che continuano non è detto che portino mai consistenti guadagni in tutta la loro vita. In questo meccanismo, se un pugile avesse un consistente potere contrattuale, vorrebbe dire grossa percentuale di rischio nel caso che egli diventi famoso. Ovviamente non si parla solo dei fenomeni come Buakaw, ma anche di pugili molto meno famosi, magari campioni locali o nazionali, sulle cui borse può però sopravvivere un camp.
Inoltre non bisogna mai scordare la situazione della Thailandia, una nazione dove il diritto non sempre è applicato e dove la vita ha un valore diverso rispetto al mondo occidentale, e dove il tasso di povertà è più incidente. Laddove vengono a mancare i poteri forti, come in ogni altro luogo nel mondo, si creano altri poteri ed ecco che spesso il mondo borderline della boxe, laddove va a sfociare nelle scommesse è in mano alla criminalità, e collide con altri fenomeni quali prostituzione, droga e vendita di armi. È importante rendersi conto di ciò prima di esprimere giudizi di ordine morale sulle scelte delle varie parti in gioco, è importante rendersi conto che è una realtà molto lontana dalla nostra dove spesso può esserci molto di più di una carriera in gioco, di una pacifica esistenza e di una scelta di vita.

Che sia stato questo a spingere il Por Pramuk a rifiutare ogni tipo di trattativa che compromettesse, anche di poco, il sistema dei camp? Che sia stato il rifiuto di creare un precedente, in cui un pugile particolarmente abile, o qualcuno dietro di lui, avesse il potere di togliere tale soggetto alla potestà del camp, che aveva investito per anni su di lui?
Vista nell'ottica di un camp minore, che non ha avuto la fortuna di avere un Buakaw in grado di ripagare mille volte e mille volte ancora gli investimenti fatti su di lui; ma che poteva invece contare su un pugile di livello medio alto, appena in grado di ripagare con le sue borse gli investimenti fatti e portare qualche guadagno al camp, sicuramente questo episodio è stato accolto con gioia, se persino Buakaw ha dovuto inchinarsi alla legge della Muay Thai significa che non bisogna temere il promoter estero di turno pronto a fare prepotenze in virtù di un maggior potere contrattuale.
Mentre noi rimaniamo con queste congetture, e mentre il Por Pramuk si è dichiarato soddisfatto dell'esito (non-esito) della trattativa, nella lontana Surin, Buakaw è stato ritratto in alcune foto mentre si allenava nella lotta a terra. Che sia l'inizio di una nuova carriera nelle MMA?



Curiosità: Buakaw significa "Loto Bianco" mentre Banchamek vuol dire "Signore delle Nuvole"

sabato 19 maggio 2012

Nuove avventure

”E noi non saremmo qui, se avessimo avuto le idee più chiare prima di partire. Ma suppongo che accada spesso. Penso agli atti coraggiosi delle antiche storie e canzoni, signor Frodo, quelle ch’io chiamavo avventure. Credevo che i meravigliosi protagonisti delle leggende partissero in cerca di esse, perché le desideravano, essendo cose entusiasmanti che interrompevano la monotonia della vita, uno svago, un divertimento. Ma non accadeva così nei racconti veramente importanti, in quelli che rimangono nella mente. Improvvisamente la gente si trovava coinvolta, e quello, come dite voi, era il loro sentiero. Penso che anche essi come noi ebbero molte occasioni di tornare indietro, ma non lo fecero. E se lo avessero fatto, noi non lo sapremmo, perché sarebbero stati obliati”.

J.R.R Tolkien, il Signore degli Anelli

martedì 15 maggio 2012

World Jiu Jitsu Expo: Ecco perchè Nick Diaz non si è presentato a combattere



Nick l'ha fatto di nuovo. Questo ragazzo ha chiaramente un problema con la stampa. Però c'è una certa differenza tra avere un problema di comunicazione e agire nel torto.
Ecco la versione di Cesar Gracie, coach e manager di Nick sui fatti del World Jiu Jitsu Expo:
Tutto comincia in febbraio, quando un promoter brasiliano, di nome Junior, contatta Cesar chiedendogli se Nick fosse interessato a prendere parte ad un grosso evento di Brazilian Jiu Jitsu. Questa era sopratutto una mossa di carattere commerciale, perchè al momento l'evento mancava di grossi sponsor e un nome come Nick Diaz, o un altra star del team (Nate, Jake Shields) avrebbe fatto accorrere gli investitori. Junior disse a Cesar di avere come socio nel progetto Rillion Gracie, altro grande nome del bjj e zio dello stesso Cesar, oltre a Renzo Gracie vera e propria leggenda dello sport.
Per il grosso rispetto nutrito verso entrambi i parenti, Cesar si disse pronto a partecipare, e una volta accordatosi con Nick, raggiunsero l'accordo che Diaz avrebbe lottato, nella divisione delle cinture nere.
Poco dopo però Junior cambiò le carte in tavola per la prima volta, dicendo che sarebbe stato meglio fare un superfight, e non la formula a torneo, in quanto questo avrebbe avuto più risonanza mediatica. Nick accettò ponendo una condizione: chiunque fosse stato il suo avversario nel superfight, non avrebbe dovuto essere un lottatore di MMA. Questo perchè Nick sapeva bene di non essere avantaggiato in un incontro di Jiu Jitsu (disciplina nella quale non compete da anni) e quindi non voleva che un fighter di basso livello con più esperienza di Jiu Jitsu potesse usare questo incontro come mossa promozionale nelle MMA o a discapito della sua stessa carriera. Inoltre essendo sotto contratto UFC Nick non avrebbe nemmeno potuto accettare un eventuale rematch nella gabbia.
Junior disse che non c'erano problemi al riguardo e iniziò a cercare un avversario, intanto gli sponsor presero parte al progetto una volta diffusa la notizia della partecipazione del ex campione Strikeforce.
A questo punto iniziarono i problemi: Rilion uscì dal progetto e alla titubanza di Cesar, Junior rispose con accuse verso l'ex partner, ma qui Cesar iniziò a storcere il naso perchè non poteva accettare che un estraneo parlasse male di un così rispettato membro della sua famiglia. Tuttavia era troppo tardi per tirarsi fuori dal progetto: era già stato organizzato Nick Diaz vs. Caio Terra.
Rilion contattò comunque il nipote, spiegandogli che il suo sogno era stato quello di creare un grosso torneo americano di jiu jitsu in cui gli atleti avrebbero ricevuto premi in denaro, o borse per la partecipazione. Tuttavia durante l'organizzazione questo Junior, subentrato all'inizio si era dimostrato inaffidabile e troppo dentro al progetto per venire eliminato. Ecco perchè preferì uscire lui stesso.


In marzo Junior contattò nuovamente Cesar, proponendo questa volta un Braulio Estima come avversario per Nick. Ovviamente un campione come Estima appariva quale superfavorito, inoltre Cesar riteneva che Braulio fosse più grosso di Nick, pesando oltre 90 kg, contro gli 85 del suo atleta. Tuttavia Junior garantì che Braulio poteva scendere a 79 kg per la pesa subito prima dell'incontro, e quindi sarebbe stato un match equo, almeno nella stazza. L'accordo fu nuovamente preso, ma ancora una volta accadde qualcosa di strano: iniziò a circolare la voce che Braulio Estima preparava il suo debutto nelle MMA. Questo fu un problema per il camp di Cesar Gracie perchè l'unica condizione posta da Nick era di non affrontare fighter interessati ad una carriera nelle MMA. Di nuovo fu Junior a rassicurare Cesar dicendo che queste erano solo voci infondate, rumors da web, e che Estima era un grande campione di bjj e nogi e ormai raggiunti i 30 non avrebbe cambiato sport. Nick e Cesar si fidarono di quanto detto e l'organizzazione andò avanti. Poche settimane dopo ci fu però l'annuncio ufficiale che Braulio Estima si era unito ai "Blackzillians" un famoso team di MMA, per parare il suo debutto in gabbia. Nick andò su tutte le furie e apparì chiaro a tutti che questo incontro aveva come scopo principale quello di lanciare la carriera di Braulio nelle MMA.
Nick Diaz si aggiunse a questo evento all'inizio per salvarlo, donando persino tutta la sua borsa in beneficenza ad un ospedale per la cura di bambini malati di tumore, ma Cesar accusa Junior di aver unicamente usato Nick senza dargli alcun rispetto in cambio.
Tuttavia Nick era ancora pronto a combattere, e mise su un camp con diverse cinture nere, tra cui Kron Gracie.

I problemi però continuarono, questa volta, come era prevedibile, sul versante del peso.
Junior cambiò le regole dicendo che il peso sarebbe stato il giorno prima, e non subito prima di combattere come accade in IBJJF o ad Abu Dhabi Pro. Cesar acconsentì a fare il peso a 82 kg il giorno prima del match. Tutto questo accadeva poche ore prima dell'evento. Nick nel frattempo aveva preso l'aereo e stava raggiungendo l'area dell'incontro, per fare il peso il giorno prima e combattere l'indomani. Nel frattempo, Junior si fece nuovamente vivo, dicendo che Braulio non riusciva a fare il peso, e che l'incontro si sarebbe dovuto fare a 84.5 kg, la mattina stessa dell'incontro. Appena atterrato a Long Beach, Nick fu informato che non avrebbe dovuto fare il peso quel giorno, ma il giorno dopo, la mattina dell'evento. Questa è stata la goccia finale e quindi ha deciso di mandare tutto a monte. La notte prima dell'evento, alle 3 del mattino, Junior si fa ancora vivo e sostiene che Braulio sarebbe riuscito ad arrivare a 82 kg la mattina dell'evento, ma prima di accettare avrebbe dovuto parlarne con Nick. Purtroppo, a questo punto Nick aveva già abbandonato l'evento, e si era a sua volta reso irreperibile. Così, mentre Braulio si è pesato e poi si è presentato per combattere, Nick non l'ha fatto, risultando in questo modo inadempiente agli occhi del pubblico. La verità come al solito non è così scontata, e credo che bisogni aspettare per esprimere giudizi duri o abbandonarsi a stupide vignette. Ovviamente Cesar ha avuto anche parole di biasimo per il suo beniamino, criticando ancora una volta la totale mancanza di comunicazione tra Nick e i suoi fan e la stampa, e sopratutto tra Nick e il suo stesso team.
Che questa versione di Cesar sia l'unica e insindacabile, è difficile a dirsi. Ben lungi da dargli del bugiardo riconosco che sicuramente vi possono essere tanto sfumature, ma fondamentalmente credo nella buona fede di Nick Diaz e del suo team. A sostengo di questo basti osservare quante volte negli ultimi mesi è cambiato il matchmaking dell'evento, e quanta poca informazione c'era al riguardo di questo superfight.

Ovviamente anche Braulio si è lasciato andare a diversi commenti sul comportamento di Nick Diaz, sfidandolo prontamente, come ci si sarebbe aspettato, nelle MMA. Ovviamente questo non potrà succedere finche Braulio non avrà provato di essere un grande campione anche nelle MMA e quindi ottenuto un contratto con la UFC.

fonte: intervista di Cesar Gracie a MMA Weekly

sabato 7 aprile 2012

Quando il tuo cuore ti chiama, come rispondi?

Quando il tuo cuore ti chiama, come rispondi?
Penso fosse scritto qualcosa del genere nel poema giapponese Hagakure ma penso anche che sia una di quelle domande fondamentali nella vita. Dove il campo di indagine non è il proprio sé, ma il proprio sé in relazione al mondo. Come lo specchio d'acqua di un lago nello stato di quiete è pura copia della realtà, basta un ciottolo perché il disegno si alteri. Basta un piccolo pezzo di roccia perché improvvisamente tutto cambi e crolli. L'uomo, ingannato dall'immagine potrebbe persino domandarsi quale sia realtà e quale copia, ma quel piccolo sassolino toglie ogni esitazione. Così per lo spirito umano un evento può rivelarsi rovina, può portare ad un cedimento o ad uno slancio eroico. Quando dentro di noi nasce l'impulso dell'azione, modellato dalla moralità che sgorga dalla scintilla divina presente in ogni essere umano, siamo in grado di assecondare quell'impulso? Siamo in grado di ascoltare la voce del dio, o del demone, e rivelare la nostra vera natura? Oppure una vita troppo distante dalle nostre origini ci ha privato del potere di rispondere alla chiamata del mondo?
Non è una domanda facile e bisogna trovarcisi in mezzo per avere una risposta. La cosa più importante, è capire che questa risposta è valida solo per noi stessi, privo di qualsiasi utilità sarebbe comunicarla ad altri, poichè se si parla di Spirito le parole (e molti tipi di fatti) perdono di valore.

martedì 3 aprile 2012

Dio disse Kung, e Kung fu


Due parole (perchè davvero non ne servono altre) sul match di Marco. Bravo tanto. Hai esordito da semi professionista ma l'hai fatto con una compostezza tale che non ci si è accorti che tu fossi al primo match. Marco è probabilmente la persona che si allena più duramente nel nostro team già questo è rimarchevole, ma rimarchevole è stato sopratutto dimostrare di saper sfruttare le ore di allenamento. Per quanto mi riguarda se il nostro team progredisce anche nella direzione del Vale Tudo (dopo i numerosi successi in Bjj e Nogi) non posso che esserne contento, RGC Bologna rulez.

Complimenti anche all'organizzazione dell'evento, il risultato è stato estremamente professionale, al contrario di tante altre serate di MMA che si sono viste nel nostro paese. Pollice in alto anche agli organizzatori, e speriamo ripropongano presto altre serate di successo con la medesima organizzazione.

lunedì 2 aprile 2012

V Campionato Italiano di Grappling


V Campionato Italiano: in cinque siamo partiti e in cinque siamo tornati, appesantiti però di 4 medaglie e una maglietta, Azzurra.
Personalmente mi sono presentato a questa gara forse nello stato di forma migliore della mia vita, e dopo un periodo di allenamenti davvero intensi, arrivando anche a fare più di tre allenamenti al giorno. Purtroppo tutto ciò non è servito per arrivare al titolo, ma comunque contento e soddisfatto del mio bronzo sono pieno di stimoli per il prossimo anno. Esordendo con una finalizzazione in americana, sono convinto di poter essere competitivo in questa nuova classe B.
Ottime prestazioni invece per Martina e Moreno, che ottengono il gradino più alto del podio e il conseguente titolo, rispettivamente in serie A e B. Martina con questa ennesima importante vittoria ottiene l'opportunità di entrare in nazionale per rappresentare l'italia ai prossimi campionati europei e mondiali. Un plauso anche a Moreno che per ora è stato altrettanto inarrestabile.
Menzione d'onore per la Monica, argento in classe C, che ottiene un doppio primato: match più brutto del torneo e match più bello del torneo, esordisce come l'ombra di se stessa, si arrende senza nemmeno lottare ma recupera poi con grande stile, arrivando a mostrare un aggressività e una pressione mai vista prima, vendica la ghigliottina subita con una spettacolare Armbar.


Purtroppo Gianlu non passa il primo turno, ancora una volta fermato non da una tecnica, non da una finalizzazione, non da un punto ma da una regola, la famigerata monetina. Sperando che prima o poi la FILA corregga questa aberrazione nel suo regolamento. A Gianluca e al suo forte avversario vanno comunque i complimenti per il match, perchè in classe A ogni battaglia è impegnativa quanto un torneo.


Mi lascio infine ad una considerazione di carattere generale. Amo il grappling. Parlo proprio del grappling FILA, è uno sport che adoro. La perfetta commistione tra lotta in piedi e a terra che spinge ogni agonista ad essere completo, la formula a torneo con ripescaggi, gli amici conosciuti sul tatami, la struttura del Palafijlkam, che nel mio cuore avrà sempre un posto speciale, per le emozioni fortissime che ho provato tra le sue mura.

venerdì 23 marzo 2012

Black Belt



"A black belt only covers two inches of your ass. You have to cover the rest"
Royce Gracie

mercoledì 21 marzo 2012

Le origini del Jujutsu (pt 3)



Miti e leggende alla base delle varie scuole.
Quando e come sia nato esattamente il Jujutsu è oscuro. Di certo si sa che la maggior parte delle scuole sono sorte intorno al 1600, non appena il Giappone uscì da secoli di guerre intestine per abbracciare il nuovo stato di unità nazionale. Sicuramente però, il Jujutsu esisteva anche prima, testimone è il fatto che in molte di queste scuole le tecniche prevedevano la lotta in armatura, elemento caratteristico del campo di battaglia.
In Giappone l'idea di Storia è molto distante da quella occidentale, plasmata sul modello Greco-romano, e forse in questi termini non esiste nemmeno, vi è una grossa tendenza a ricorrere al mito per far perdere nella notte dei tempo l'origine dei fenomeni sociali, e forse dar loro importanza. In fin dei conti risulta anche comprensibile, se si considera la comparsa tardiva della scrittura e che per la maggior parte del tempo la principale attività della casta dominante è stata la guerra. A questo fenomeno non sfugge il Jujutsu, e ci sono state quindi tramandate alcune leggende sulle origini mitiche del Jujutsu.


La Leggenda del Salice
Secondo la scuola Yoshin Ryu (Scuola del Cuore di Salice) il Jujutsu ebbe origine in un tempo in cui le forme di lotta premiavano il contendente più forte fisicamente. Per questo motivo, un esile medico di origine cinese girò tutto l'arcipelago nipponico studiando varie arti marziali, ma senza mai avere successo e venendo sconfitto tutte le volte. Poichè era fortemente motivato continuò per anni, arrivando a conoscere quasi tutti i sistemi del tempo, ma senza riuscire mai ad applicare le sue tecniche. Infine, decise di ritirarsi presso un tempio e meditare 60 giorni, se in questo periodo non avesse avuto un illuminazione celeste avrebbe abbandonato la lotta e sarebbe tornato alla professione di medico. Per tutto il tempo il medico meditò con grande concentrazione, ma per quanto si sforzasse non riuscì ad avere nessuna intuizione particolare. Al termine del suo ritiro si preparava a tornare a casa sconsolato, quando all'improvviso cominciò una forte nevicata che lo trattenne al tempio. Il giorno dopo era tutto coperto di neve, e ancora nevicava. Allora il medico guardò fuori dalla finestra, e vide una possente quercia. I rami della quercia, grossi e resistenti, sopportavano un enorme carico di neve, ma prima o poi, inevitabilmente si spezzavano sotto il peso di essa. Allora si accorse, che dietro la quercia che cadeva a pezzi vi era un piccolo salice. La neve cadeva sulla quercia quanto sul salice, ma i rami di questo una volta coperti di neve, pur sopportando molto meno peso di quelli della quercia, una volta che il carico era troppo eccessivo, grazie alla loro elasitictà si piegavano e lasciavano cadere tutto il peso della neve. Vedendo questa scena il medico ebbe una realizzazione e da lì comprese il principio alla base del Jujutsu.
Oggi la scuola Yoshin ryu non esiste più nel ramo principale, ma è sopravvissuta tramite rami cadetti. Alla Yoshin ryu si riconosce talvolta la paternalità degli stili di combattimento a mani nude giapponesi, sebbene questo sia impossibile da provare.


Il maestro Cinese
Una seconda leggenda, che pone ancora una volta un elemento cinese nella paternalità dell'arte marziale giapponese, vuole che il jujutsu discenda da un maestro cinese di nome Cin In (il nome può variare in base alle diverse tradizioni). Questo maestro sarebbe stato un esperto di Kenpo cinese, che in Cina viene detto Quanfa o Kungfu, in visita in Giappone. Giunto nel porto di Nagasaki conobbe tre giovani ronin, samurai disoccupati, e per dare loro nuovi stimoli alla vita insegnò la loro arte. Essi conoscevano già le arti marziali giapponesi, essendo per l'appunto guerrieri. In breve tempo presero a girare tutto l'arcipelago misurandosi con altri esperti di combattimento. Giunto in tarda età, uno di questi ronin decise di fondare la sua scuola, la Kito ryu (la scuola della luce e dell'ombra) in cui oltre all'aspetto della lotta, basata su proiezioni e tecniche di controllo a terra, si insegnava una filosofia di ispirazione confuciana, in cui assumeva centralità la contrapposizione degli opposti, lo Yin e lo Yang qui identificati per l'appunto come luce e ombra. Questa filosofia si traduceva direttamente nel combattimento: per mantenere un equilibrio delle forze, se l'avversario spinge è necessario tirarlo, se l'avversario tira è necessario spingerlo. Particolarità della scuola era lo studio di tecniche con in fosso l'armatura da battaglia, che rendevano superflui l'uso dei colpi ma fondamentali gli sbilanciamenti. Oggi giorno la Kito ryu mi risulta estinta in tutti i suoi rami, ma in realtà sopravvive più di ogni altra scuola antica essendo stata una delle scuole in cui si è formato Shihan Kano Jigoro, fondatore del Judo, fortemente influenzato da questo stile di lotta.


Yoshimitsu no Minanomoto
Una terza e più macabra leggenda vuole che il primo grande personaggio alla base del jujutsu non fosse un umile medico o un povero cinese, ma il grande signore della guerra Yoshimitsu. Egli fu il principale artefice della fortuna dei Minamoto, il clan che dopo una feroce guerra civile contro i Taira si pose alla guida del Giappone, cambiandone per sempre la storia. I Taira erano infatti esponenti della nobiltà, l'antica casta strettamente legata all'imperatore e caduta poi in declino, i Minamoto erano invece esclusivamente Samurai, servitori di palazzo dei nobili. Sebbene inizialmente furono i Taira ad avere la meglio uccidendo tutti i capi dei Minamoto, fu Yoshimitsu a ribaltare le sorti della guerra vendicando i genitori e i parenti. Anche qui la leggenda sconfina pesantamente nella storia, si vuole infatti che Yoshimitsu imparò le arti marziali da un Tengu, un creatura metà uomo metà corvo tradizionalmente legati alle arti marziali. Yoshimitsu era un implacabile guerriero ma sopratutto un grande generale e castello dopo castello distrusse tutti gli avamposti dei Taira. Sembra, che solo l'ultima fortezza del nemico non accennava a cedere, e furono costretti ad un lungo assedio. Si dice, che Yoshimitsu, in questo assedio durato un anno, si facesse portare ogni notte i cadaveri dei guerrieri morti in battaglia, per eseguire un attenta opera di studio anatomico. Così facendo, il generale-guerriero apprese i segreti delle ossa, dei muscoli e delle articolazioni, sviluppando numerose tecniche di lotta corpo a corpo che si basavano sulla sua conoscenza medica.
Yoshimitsu è anche l'eroe romantico per antonomasia: dopo aver sconfitto il nemico e conquistato il paese lo consegnò nelle mani del fratello, non guerriero ma burocrate, esso, invidioso per la stima riscossa da Yoshimitsu e timoroso che potesse sottrargli il potere lo condannò a morte. Ma il generale scelse una vita in esilio e così inizio a fuggire, e fuggì per tutta la vita. Divenne leggendario come eroe del popolo, perchè sebbene i soldati del fratello furono sempre molto vicini a catturarlo, egli riuscì a scappare ogni volta. Ecco quindi che nell'immaginario collettivo Yoshimitsu è l'eroe innocente perennemente in fuga dall'autorità.
La leggenda vuole che suo figlio si trasferì nella provincia di Kai, dove cambiando nome diede origine al clan Takeda, tramandando le tecniche elaborate dal padre ai guerrieri scelti del clan. Il clan Takeda fu uno dei grandi clan della storia giapponese, che ebbe fortune alterne, nel periodo delle guerre civili, alcuni secoli dopo, Takeda Shingen fu vicino a conquistare il potere sull'intero giappone. Nei primi anni del 1900, uno degli ultimi esponenti di questo clan, Takeda Sokaku ebbe un allievo particolarmente noto, Ueshiba Morihei, che sulla base delle tecniche apprese della Daito ryu Aikijujutsu fondò il suo Aikido.

lunedì 19 marzo 2012

Sport da Combattimento e Professionismo



Che cosa è una professionista? Penso che per definirsi professionista in relazione ad una particolare attività il requisito necessario-sufficiente sia uno: che la suddetta attività sia svolta con particolare maestria e impegno. Impegno visto sia come attenzione nello svolgimento nell'attività stessa sia come tempo dedicato. Essere un professionista in una determinata attività vuol dire mettere tale attività davanti a tutte le altre. Per maestria intendo un grado di elevata competenza, di gran lunga superiore alla media. Di nuovo appare evidente che per raggiungere una tale maestria sia richiesto un tempo molto prolungato oltre ad una particolare predisposizione a tale attività. Credo, che un attività svolta in questo modo debba essere giustamente retribuita in termini economici, in modo tale che il professionista possa così dedicarvisi pienamente, allontanando le preoccupazioni di tipo economico.

Visti i requisiti appare chiaro che non tutti possono divenire professionisti in qualcosa, e ben pochi in determinate attività. Pensiamo ad un medico o ad un avvocato, che raggiungono tale status dopo un lungo periodo di studi e un gran numero di prove intermedie.

Nello sport accade qualcosa di particolare, il confine tra amatoriale e professionistico è spesso davvero labile.
In italia spesso i così detti "atleti professionisti" sono in realtà "maestri professionisti" cioè persone che dedicano principalmente il loro tempo e vengono remunerati per la loro opera di insegnamento, e non la loro attività da atleti. Allo stesso modo negli sport da combattimento quali pugilato, muay thai e mma vi è un gran numero di atleti definiti "professionisti" i quali però a ben pensarci sembrano poco professionali. Infine prendendo discipline olimpiche, ad esempio il mio mai troppo amato Judo, abbiamo atleti stipendiati per allenarsi, estremamente professionali ma con lo status di dilettanti. Tutto questo genera in effetti un po' di confusione.
Mettiamo i tasselli in ordine.
Per me i veri professionisti dello sport sono tutti gli atleti dei vari gruppi sportivi, quindi atleti di livello internazionale per sport olimpici o affini. Affianco a loro vi è quella elitè di campioni straordinari, come Petrosyan, Sakara e alcuni altri, il cui eccezionale talento ha permesso loro di fare della passione un lavoro in proprio. Vengono poi tutti gli altri cui viene riconosciuto lo status "professionistico", ma qui si entra in un terreno abbastanza impervio.
Faccio degli esempi: un pugile per ottenere la licenza di professionista deve disputare e vincere un certo numero di match, al che la federazione può riconoscere che il tale pugile è effettivamente di un livello superiore agli altri dilettanti e merita compensi maggiori. Nella muay thai il processo è molto meno definito, posto che gli atleti vengono divisi in serie (C per i dilettanti, B per i semi-pro e A per i pro) il passaggio tra una serie e l'altra è per lo più a discrezione del manager o allenatore dell'atleta e del promoter che gli offre l'incontro. Capita quindi che tra i professionisti ci siano atleti di livello non così lontano dagli amatori.
Infine nelle mma, probabilmente per caratteristiche e novità dello sport, regna l'anarchia incontrastata, molti atleti che debuttano (con magre figure) direttamente tra i professionisti oppure passano dopo appena un paio di incontri amatoriali, ignorando completamente la gavetta che garantisce una selezione tra i professionisti degli altri sport.
Sopratutto ad imbarazzare, è il confronto tra il combattente professionista di mma -medio- e il, sempre a titolo d'esempio, judoka professionista -medio-, per qualità fisiche, tecniche ed atletiche.

domenica 11 marzo 2012

1° Bologna Grappling Open


Nuova gara, nuova pioggia di medaglie.
Putroppo questa volta non ho preso parte alla competizione, iscrittomi regolarmente nella -80 kg classe B alle 8.00 del mattino sono stato informato solo poco prima delle 15.00 che la mia categoria non si sarebbe disputata inquanto unico iscritto. A questo punto ho chiesto un cambio di categoria e tentare la più ostica classe A, ma gli organizzatori mi hanno concesso unicamente di lottare, sempre in classe B, nella -90. Non ritenendo la cosa sensata (10 chili dopo una dieta per rientrare negli 80 si sentono tutti) ho preferito ritirarmi.
Fortunatamente i miei compagni di squadra hanno fatto ugualmente un ottimo lavoro, portando a casa ognuno una medaglia:
Marco "Kung Fu" Tommaselli II° posto classe C 70 kg al debutto nel grappling
Lorenzo "Bilboa" Bulfone III° posto classe C 70 kg
Moreno Ascani I° posto classe B 70 kg al debutto nel grappling
Egor "The Russian Bear" Krasilnikov I° posto classe B 90 kg al debutto nel grappling
Filippo Girotto III° posto classe B 110 kg
Simone "The Drunken Hobbit" III° posto classe A 65 kg
Martina "Kodokan" Baraccani I° posto categoria unica femminile

I complimenti a tutti, in particolare Simo e Bulfo che hanno comunque lottato nella categoria superiore (di solito sono rispettivamente, 60 e 65 kg) mostrando forse più coraggio di me; i motori sono scaldati e siamo tutti pronti per la grande competizione di fine mese: i campionati italiani di Ostia, dove spero finalmente di fare la mia prima gara in classe B.

lunedì 13 febbraio 2012

Le origini del Jujutsu (pt 2)



Come in ogni altro paese del mondo, anche in Giappone si praticava la lotta, ben prima dei tempi dei samurai.
Lo stile di lotta nipponico maggiormente noto è il Sumo.
Sembrerebbe che il Sumo trovi le sue origini nelle antiche feste agricole dedicate alla dea Amaterasu Omikami, dove quattro balle di fieno venivano legate assieme per formare una sorta di primitivo ring (questo sembrerebbe confermato dal fatto che ancora oggi il dohyo, l'area di lotta sopraelevata del sumo, conserva le esatte dimensioni date da quattro balle di fieno).
La parola dea è in realtà fuorviante. Abbiamo visto come sia complesso se non addirittura a volte impossibile parlare di vocaboli orientali. Amaterasu non è propriamente una dea nel modo in cui noi intendiamo questa parola, Amaterasu è un kami dello shintoismo, la misteriosa religione autoctona del Giappone.
Dominio di Amaterasu è il sole, e per riflesso l'agricoltura. Una leggenda vuole che quando Susanoo, fratello di Amaterasu e patrono della tempesta, si prese gioco della sorella e la spaventò, essa si rifugiò in una caverna e finchè permaneva questa condizione i campi persero la fertilità (mito delle stagioni, simile al mito di persefone della tradizione greca). Non stupisce quindi che in tutto l'arcipelago vi fosse una particolare devozione verso questa Grande Madre responsabile degli approvigionamenti. Grande Madre non a caso: Amaterasu era infatti la progenitrice di Jinmou, il primo imperatore del Giappone, e in una non meglio precisata discendenza meno diretta, di tutti gli abitanti dell'arcipelago giapponese.
E' questo ruolo di primissimo piano ricoperto da Amaterasu, che ci permette di capire come mai il Sumo ha avuto, ed ha tutt'ora, un ruolo di primo piano nella cultura del Paese del Sol Levante, ultimo retaggio della società feudale. I sumotori, non sono considerati semplici atleti, ma sono visti come ingranaggio di un meccanismo in stretto rapporto con il sacro. La lotta non è solo gesto sportivo: è vero e proprio rituale religioso.
Il Sumo poi non va visto come mera collisione di masse spropositate. In realtà ad essere oversized sono solo i lottatori professionisti, quelli che appunto ricoprono questa funzione ritualistica. Il sumo, prima dell'avvento del judo, era uno dei principali sport per educare i bambini: formativo nel fisico e nel carattere. Il sumo è anche uno sport molto tecnico. Molte tecniche del Judo come sappiamo provengono da altri stili, tra questi il Sumo. In particolare le tecniche di gamba provengono da questa antica disciplina.

Ma c'è qualcosa di ancora più arcaico nel panorama della lotta giapponese: Chikara Kurabe. Cosa sia esattamente e quando sia avvenuto è ignoto. Sembra si trattasse di "prove di forza" ovvero un metodo alternativo alla guerra per risolvere una disputa tra due fazioni opposte. All'interno di ogni schieramento si sarebbe scelto il più valente lottatore, e i due si sarebbero quindi scontrati secondo regole affini a quelle del pancrazio occidentale della anica Grecia. L'incontro violento avrebbe poi decretato il vincitore, e la fazione sconfitta avrebbe accettato questo risultato. Un modo per risparmiare vite mediante un duro conflitto.

La storia della lotta Giapponese è lunga e complessa, questi non sono che brevi stralci. Nel prossimo intervento parlerò delle origini leggendarie del Jiu Jitsu.

domenica 5 febbraio 2012

Le origini del Jujutsu (pt 1)




Nonostante sia divenuto noto al mondo come 'brazilian' le origini del Gracie Jiu Jitsu sono da ricercarsi in oriente. In realtà, vi è un dibattito circa lo stile di lotta che Mitsuo Maeda insegnò al giovane Carlos Gracie: c'è chi dice che fosse un misto tra Catch, Judo e Jujutsu, e chi sostiene che invece si trattava unicamente di Judo. Io personalmente vedo molto plausibili entrambe le opzioni: sicuramente il judo di fine 1800 non era la stessa arte che noi chiamiamo Judo oggi; allo stesso modo si raccontano due cose sul Konte Koma: la prima è avesse preso parte a diversi incontri di lotta mista una volta lasciato il giappone, la seconda è che prima di studiare il Judo conoscesse già un particolare stile di Jujutsu.
Spesso e volentieri viene data per oro colato una e una sola versione dei fatti, questo non è un metodo di indagine storica valida, chi vuole narrare le origini del Brazilian Jiu Jitsu farebbe bene a rimarcare il fatto che vi è molta incertezza sugli avvenimenti di quegli anni, e fornire varie ipotesi. Sopratutto vi è molta confusione riguardo a cosa fosse il Judo in quegli anni, ma di questo parlerò più avanti.

Lo scopo di questo post voleva andare addirittura più indietro delle origini del Jiu Jitsu brasiliano, per arrivare alle origini del Jujutsu giapponese. Inizierò in questa prima puntata con una nota etimologica.
Innanzi tutto perchè Jiu Jitsu e Jujutsu? Non sono forse la stessa parola? Si e no.
Come saprete, in Giappone per scrivere molte parole si usa l'alfabeto Kanji, un sistema in cui gli ideogrammi indicano non un suono ma un significato. Questo complica moltissimo le cose quando si tenta di effettuare una traduzione, specie perchè essendo così distante la matrice culturale molti concetti semplicemente non esistono in una lingua o nell'altra. L'ideogramma 柔 JU, che noi traduciamo con cedevolezza, in realtà esprime un concetto  molto più amplio intraducibile correttamente nel nostro idioma. Allo stesso tempo è una fortuna che Cartesio sia nato in Francia: in giapponese non è possibile formulare la frase "io penso dunque sono"!
Ma questo è un problema essenzialmente concettuale che ci impedisce di cogliere le più profonde sfumature della cultura nipponica, in questa sede è maggiormente interessante la traslitterazione. E' presto detto, all'epoca in cui Maeda insegnò ai Gracie non esisteva un sistema di traslitterazione ufficiale, pertanto ai tempi 柔術 si poteva trascrivere come: jujutsu, ju jutsu, jiu jutsu, jiu jitzu e via discorrendo. A quanto pare Maeda (o chi per lui) usò 'Jiu Jitsu', che divenne quindi la parola per riferirsi all'arte dei Gracie. Anni dopo, formalizzate le regole di translitterazione, 柔術 diventa Ju Jutsu, usato a questo punto però solo per la disciplina Giapponese antica, ecco quindi perchè quella che dovrebbe essere la stessa disciplina, in due stili radicalmente diversi ha anche una trascrizione diversa: motivazioni esclusivamente storiche.

mercoledì 1 febbraio 2012

IBJJF European Open Jiu-Jitsu Championship 2012

Rodolfo Viera, Campione Europeo 2012 Cinture Nere Open 
Si può riassumere l'evento in due parole: livello stellare. Altrettanto sinteticamente si può riassumere la mia performance: pessima. Potrei concludere qui (e non c'è veramente altro da dire, quindi se leggete poi non lamentatevi) ma visto che in gennaio non ho aggiornato il blog scriverò qualche altra cosa.
Ero onorato, e forse quasi  superbamente orgoglioso di prendere parte ad uno dei più importanti tornei di Jiu Jitsu al mondo, un evento alla cui precedente edizione hanno partecipato oltre 2000 atleti, superato per prestigio dei partecipanti solo dal Panamericano e dal Mundial. Sapere che l'elitè del Bjj si è scontrata sullo stesso tappeto su cui ho lottato io, e incontrare personaggi come Roger, Megaton e altri in giro per i corridoi ha caricato di importanza e aspettative l'esito del torneo: vincere, ma anche solo fare bella figura in questo evento significava certamente molto per il mio ego. Purtroppo qualcosa è andato storto. E' vero che sono stato più in forma in passato (ero sottopeso e con un paio di infortuni lievi) ma sarebbe nascondersi dietro un dito perchè queste cose non hanno avuto alcun peso nella sconfitta. Semplicemente per la prima volta della mia vita, salendo sul tappeto non ero convinto di quello che stavo facendo. Sono uscito dagli spogliatoi incazzato, non tanto per la sconfitta in sè, ma perchè avevo la sensazione di non aver lottato, era come se non fossi riuscito a scaricare la tensione pre gara e quindi mi pesava ancora, nonostante fosse tutto finito. Una sensazione spiacevole in un palazzetto pieno di tensione agonistica.
Sento che questa sensazione passerà al 100% solo quando avrò finalizzato il prossimo avversario in juji.

La trasferta ha però avuto anche i suoi risvolti positivi, a paritre dal primo: nonostante Gabri, Monica e Gianlu abbiano condiviso la mia stessa sorte (lottando sicuramente meglio), Cate e Marti sono riuscite ad arrivare a podio, ottenendo rispettivamente bronzo e oro. Per Martina è dunque arrivato anche il titolo Europeo e di conseguenza la meritatissima faixa azul. E' stata una gioia grandissima essere presente a questi due importanti traguardi, sopratutto per il fatto che fossi a bordo tatami.

Per finire un appunto, oltre agli amici del RGC Molfetta, Sestri, e i solitari viaggiatori di Livorno e Viareggio, è stato un piacere condividere la permanenza a Lisbona con gli amici dei Fratelli Leteri, Nova Uniao, e Tribe.